Dal giorno in cui ho scoperto che il problema che avevo era dovuto a una neoplasia gastrica, ovvero un cancro allo stomaco, un fantasma è entrato nella mia vita.

ghost

All’inizio la sua presenza nelle mie giornate era sfocata, era come se i contorni di un’immagine dai bordi bruciati si sovrapponessero a quelli di un’immagine normale.

Poi ne ho avuto la percezione più intensa con il passare del tempo. Il fantasma viveva con me in ogni momento, ma soprattutto quando provavo un dolore di tipo diverso alla pancia.
Quando avevo un attacco di nausea.
Quando mi alzavo dal letto e mi girava la testa.

Aprivo la porta del bagno, e il fantasma era lì, mi guardava con sguardo intenso, non mi lasciava andare ma io cercavo di andare oltre.

Era con me nelle sale d’attesa del pronto soccorso quando soffrivo di fortissimi dolori all’intestino.

Era con me quando entravo nei macchinari per gli esami diagnostici.

Era con me nel rumore della carta, aprendo i referti degli esami, quando vedi le righe di inchiostro nero tutte insieme sul foglio bianco, poi riesci a metterle a fuoco e capire le parole che all’inizio vedevi mischiate.

Ma ogni volta che arrivava vicino, che cercava di raggiungermi con il suo tocco gelido, io ero sempre un passo più avanti.

Il fantasma (assomiglia un po’ a quelli dei Natali di Dickens, lo ammetto), ha un nome: Lo Spettro del Ritorno del Cancro.

Negli anni si è fatto sempre più evanescente, meno presente e quando lo guardo lo vedo sempre più sbiadito.

Ma non dimentico mai la fortuna che ho avuto in questo. Sono stata veramente molto fortunata,  e questo mi dà la spinta di affrontare sempre con pazienza le giornate in cui mi capita ancora di stare male, perché vivere senza stomaco non è mai facile.

Ma ho sempre meno paura dei fantasmi e non posso che esserne contenta.

L’altro giorno stavo cercando delle canzoni sul mio pc, o meglio esplorando cartelle sopravvissute a vari backup, e mi sono ritrovata in una cartella chiamata hospital.
Di colpo ho viaggiato nel tempo fino all’estate 2004, a quell’indelebile agosto trascorso in ospedale.
Ricordo bene che avevo con me il graditissimo regalo di un mio amico, un lettore mp3 Xtreme, dei primi usciti, molto bello, ci stavano però solo poco più di una decina di mp3 a un bitrate di 128kbps.

Mi ritrovavo quindi con una manciata di canzoni quasi scelte a caso, e quando (di rado) avevo voglia di ascoltare musica, sentivo spesso A Fire in the forest di David Sylvian e Stanza 218 di El Muniria.

Jpeg

Ma ascoltare musica in ospedale era strano, non era la realtà della vita quotidiana quella.
Un po’ perché non ero io quella lì dentro, ovvero mi sentivo finita nella vita di qualcun altro. .
Un po’ perché tanti giorni in un ospedale con la prospettiva di un intervento importante non ti trasmettono pensieri sereni, anzi.
Un po’ perché tra medicinali vari e la debolezza che avevo non ero nello stato d’animo migliore.

Il ritorno alla vita normale sarebbe avvenuto più avanti, quando appena rimessa in piedi, avrei cominciato di nuovo ad andare a vedere concerti quando possibile.
Ma ritrovare questa playlist mi ha fatto provare una stretta al cuore pensando a quei giorni. Pensando a come mi ero sentita persa in una vita e in un mondo che non erano più i miei. Destabilizzata nel profondo dall’interno.
Ora che la mia vita è tornata normale ripenso a quella musica nella stanza di un ospedale come a un filo di seta fragile e sul procinto di spezzarsi, che a malapena mi teneva legata alla mia vita di prima.